Bene, anche in questo caso avevo fatto entrambe le parti della prova.
I risultati li ricordi, inutile ripeterteli xD
Better In Time (
11.505 battute,
Jasper POV)
Strano anno, il 1948.
Ricordo che in quel periodo ero perennemente assetato.
Ed era forse proprio per assaporare appieno quel nuovo me, più sadico, che decisi di seguire Peter a Philaderphia.
Quella città aveva un grande fascino ai miei occhi, chissà perché. Probabilmente, dipendeva dal fatto che mi ero allontanato dal Texas, e che quindi stavo coronando uno dei miei sogni, ovvero viaggiare.
Ero sempre stato uno spirito libero, uno di quelli che ha sempre la valigia pronta, lo sguardo sognante e tanta voglia di scoprire.
Le difficoltà purtroppo erano evidenti, però.Eravamo lì da poco più di una settimana, e per sicurezza ci eravamo limitati a cibarci unicamente con sangue animale.
Una vera tortura, a quei tempi. Peter, invece, sembrava particolarmente incline a quell’attitudine, e non sembrava soffrirne più di tanto.
-Ho sete- biascicai, mentre costeggiavamo il Delawere, alla ricerca di una bettola dove si potesse giocare d’azzardo.
-Ancora?- Peter sembrava infastidito.
Passai una mano tra i miei capelli color miele, tirandoli completamente indietro.
-Già- accesi un sigaro ed aspirai. Nel cacciare fuori il fumo, arricciai il naso, osservando un paio di prostitute sul ciglio della strada.
-Jasper, di questo passo ucciderai l’intera fauna locale- sentenziò, osservando anche lui le prostitute.
-Ho sete- ripetei meccanicamente –Di sangue umano- aggiunsi poi, sorridendo.
Peter mi osservò, inizialmente sgomento. Poi, preso forse anche lui dalla sete,sorrise.
-Mi sembra giusto- chiosò, fermandosi e guardandosi intorno –Che ne dici di quelle lì?
Aspirai di nuovo il sigaro, e osservai le battone. Sbadigliai, annoiato.
-Non ho bisogno di un paio di puttane!- misi una mano in tasca, gettando in terra il sigaro a metà, e calciando poi il mozzicone.
In quel momento, intravidi la bettola adatta. Malfamata, nascosta. Ideale per due vampiri che volevano passare un po’ di tempo in compagnia di umani.
Ero un masochista, adoravo mescolarmi con gli umani, sentirne il profumo inebriante, fingere di essere ancora come loro, anche se solo per qualche attimo, per poi cibarmene
Non avevo mai vampirizzato nessuno, preferivo prosciugarli del tutto, per non causare loro la stessa sofferenza a cui ero stato costretto io.
Quando entrammo nella bettola, intravidi subito la mia preda, che mi rivolse un’occhiata sognante.
-Lei- sussurrai a Peter, voltandomi e mostrandogli la mia scelta.
-Non ti sembra pericoloso?- intimò lui, ma poi, vedendo l’inutilità delle sue parole, annuì.
-Non farti vedere da nessuno- biascicò, e si diresse al tavolo da gioco.
Rivolsi un sorriso smagliante a quella che sarebbe stata la mia cena.
Una ragazza, sulla ventina, capelli biondi e occhi chiari, formosa.
Era l’ideale per soddisfare i miei bisogni sessuali e, successivamente, quelli alimentari.
Era la cameriera di quel postaccio, e, sebbene non fosse una prostituta a tutti gli effetti, lo sembrava decisamente.
Decisi di non agire subito, così seguii Peter al tavolo da gioco.
-Vi posso offrire qualcosa?- me la ritrovai accanto, piegata sul tavolo, lo sguardo languido, le parole di miele.
Maliziosa la ragazza, pensai, sorridendo del suo doppio senso.
-Direi di si..- le sussurrai all’orecchio, facendole venire i brividi con il mio respiro gelido.
Peter mi diede una gomitata.
Stizzito, mi voltai di scatto, e ricominciai a giocare.
Quando furono tutti ubriachi fradici, e dopo aver vinto numerose partite, mi alzai.
Peter si era dileguato, ma poco importava. Lo avrei ritrovato di sicuro la mattina seguente, a fingere di fare colazione in un qualche bar.
Uscii dal locale, cercando di farmi notare il più possibile.
Lo sguardo della cameriera, di cui non sapevo nemmeno il nome, mi seguì deluso.
Impercettibilmente, le feci segno di andare nel magazzino.
Per un vampiro come me, fu semplice scardinare la porta sul retro e aspettare la mia preda a braccia incrociate, appoggiato ad una cassa di rhum.
In meno di due minuti, l’odore stantio del magazzino misto ad alcool
In meno di due minuti, l’odore stantio del magazzino misto ad alcool fu spazzato via dal profumo della ragazza.
Il suo sangue era bollente, pronto all’amplesso.
Sentii le sue sensazioni, l’eccitazione mista al timore.
Avevo quell’ effetto sulle donne?
Sorrisi. Sì, avevo quell’effetto, e ne ero consapevole.
Ammiccai.
-Ciao- le dissi, lasciando che si avvicinasse al mio corpo.
-Nicholas- inclinò le labbra in uno strano sorriso, tra il soddisfatto e il compiaciuto.
-Oh oh- le scostai una ciocca di capelli color grano –Conosci il mio nome- affermai.
Avevo usato un nome falso, per destare ancora meno sospetti. E la ragazza, pensandosi furba, lo aveva ascoltato mentre giocavo a poker.
-Già- si fece più vicina –Io sono Claire..
Claire, pensai, era il nome di una persona che poteva morire, dopotutto.
-E cosa vuoi fare, Claire?Ti va di giocare un po’ con me?- ammiccai di nuovo.
La presi tra le mie braccia, senza troppe cerimonie.
Con il mio potere cercai di calmarla, altrimenti avrebbe fatto troppo rumore.
Affondai il mio viso nei suoi capelli, lasciai che il suo profumo mi inebriasse del tutto, offuscando i sensi.
La presi per la vita, e, voltandomi, l’appoggiai alla cassa di rhum.
Lei reclinò la testa all’indietro, lasciando che i capelli lunghi e ondulati si sparpagliassero sulla schiena.
Osservai per un momento i vestiti che indossava, senza farci però troppo caso.
Li avrei tolti di lì a poco.
Ingordo, lasciai che la mia lingua esplorasse il suo collo, frattanto con le mani iniziai ad esplorare la coscia destra, sotto la gonna che le arrivava appena al ginocchio.
-Oh, Nick..- iniziò lei –Non so se possiamo..
Scoppiai a ridere, senza darle ascolto. Percepivo perfettamente la sua eccitazione, e il suo consenso, decisamente malcelato.
Sbottonai la camicetta con inconsueta velocità. Ero più eccitato di quanto pensassi.
Iniziai a baciare famelicamente le spalle, lasciando che fosse scossa dai brividi per il contatto con le mie labbra fredde.
Piano, la mia mano scivolò definitivamente sotto la gonna, che le sfilai veloce, e tolsi l’intimo.
Accarezzai divertito le sue parti intime, senza andare in profondità.
Quando liberai i seni prosperosi dal reggiseno, lei era completamente in estasi.
-Nicholas, se ci sente mio marito..- disse poi, imperterrita.
In tutta risposta, leccai il capezzolo sinistro, baciandolo più e più volte.
Lasciai che le mani esperte di Claire mi spogliassero del tutto.
Restai immobile per qualche minuto, lasciando che la ragazza contemplasse la mia figura alta e snella, ben proporzionata. Ovunque.
-Che te ne pare?- le rivolsi un sorriso a trentadue denti.
Lei restò semplicemente a bocca aperta, ed iniziò ad esplorare il mio petto.
La lasciai fare, ma presto ripresi il controllo della situazione, prendendola per il bacino e lasciando che si avvinghiasse con le gambe ai miei fianchi.
Completamente eccitato e pronto, la penetrai.
Una, due, tre volte.
Adoravo fare sesso, mi dava l’estasi.
Mi faceva perdere del tutto la cognizione del tempo e dello spazio.
Poco importava chi fosse la prescelta, io apprezzavo l’atto fisico in sé per sé, non aveva nulla di magico il sesso per me, forse perché non avevo mai incontrato la persona giusta, bah…
La sentii gridare, le tappai la bocca con la mia, baciandola.
-Nicholas- sussurrò, cercando con le mani di rallentare la mia corsa.
Affondavo con il mio membro marmoreo con una velocità impressionante, con una forza inaudita.
Affondai le unghie nella sua carne, sulla schiena, lasciando che urlasse.
Dopotutto, erano tutti ubriachi, il magazzino era l’ultimo dei loro problemi.
Raggiunse il primo orgasmo molto prima di me, e notai con piacere che non sembrava ancora del tutto soddisfatta.
Continuai imperterrito, penetrandola ritmicamente.
Raggiunsi l’apice del piacere, perdendomi completamente, non riuscendo più a distinguere e percepire i nostri due corpi, non capendo più di chi fossero le grida, i sospiri, il sudore.
Tutto questo fino a quando non la depositai sul pavimento poveroso, stremata.
L’osservai per un’istante.
Era davvero una bella ragazza, un vero peccato che sarebbe morta.
Le sorrisi.
-Adesso facciamo un altro gioco..- sussurrai.
Fui con un balzo sopra di lei. Sembrò intimorita, ma i postumi dell’amplesso appena consumato tornarono utili.
Velocemente, le spezzai il polso, con un sonoro crack.
La baciai di nuovo, con irruenza, lasciando che il suo grido mi riempisse i polmoni.
Le mostrai i denti aguzzi.
Annoiato, la rivoltai per terra, prendendola per i capelli.
-E’ arrivata l’ora di cena..
Con la lingua, percorsi il suo collo svariate volte.
-Ti prego…Ti prego- la sentii piagnucolare, atterrita.
Ma oramai non ero più in me. Ero così
Ma oramai non ero più in me. Ero così assetato, così preso dalla libido, così inumano, da non riuscire ad ascoltare null’altro che il pulsare del suo sangue.
Affondai i canini, e bevvi.
Il sangue caldo e denso mi riempì la gola.
Chiusi gli occhi.
La prosciugai in meno di cinque minuti, lasciandola martoriata su quello stesso pavimento dove avevamo fatto sesso.
Uscendo dal magazzino, mi leccai le labbra e misi le mani in tasca.
Intravidi sotto un albero Peter, alle prese con un ragazzo, Marco mi pare si chiamasse, che aveva scommesso con noi. Faci spallucce.
In quell’ultimo periodo l’orientamento sessuale di Peter era abbastanza dubbio, ma poco mi importava.
L’indomani mattina, dopo aver vagato per le strade di Philaderphia ancora assetato, entrai in un bar.
Non so perché entrai in quel bar, dopotutto, raramente soddisfacevo i bisogni umani, ma quella mattina, quel bar attirò la mia attenzione, forse perché si chiamava The Soldier, un richiamo alla mia vecchia vita, insomma.
E appena entrai, la vidi.
Era seduta al bancone, la pelle bianca e luminosa, il viso piccolo, i capelli scuri, che le arrivavano sbarazzini fino alle spalle.
Era completamente diversa da qualsiasi vampira avessi visto sino a quel momento.
Era ovvio che fosse una vampira.
La grazia con la quale sorseggiava il suo thè, il modo in cui aveva accavallato le gambe, il profumo deciso.
Si voltò a guardarmi, come richiamata da qualcosa, e le sue labbra si allargarono in un sorriso.
La gioia che quel sorriso provocò nel mio cuore morto, fu innaturale e del tutto inaspettata.
Mi si avvicinò con grazia, saltellando quasi.
-Salve- fece un piccolo inchino –Io sono Alice
La osservai bene, un po’ diffidente.
Le sorrisi e le porsi la mano.
-Io sono..
-Jasper- concluse lei, sorridendo.
Strabuzzai gli occhi, ma mantenni il mio portamento, e poco ci mancava che mi mettessi sull’attenti.
Feci un educato gesto d’assenso.
La cosa più straordinaria di quella vampira, era che emanava una calma pacifica di proporzioni inimmaginabili per le sue dimensioni esterne.
Fisicamente era infatti uno scricciolo, piccola e dall’aria tenera.
Il mio spirito sadico era stato completamente neutralizzato dai suoi sorrisi, i suoi gesti, le sue parole.
-Jasper? Credo che dovresti spostarti- disse poi, scoppiando a ridere. Una risata cristallina.
Mi guardai attorno, e notai che ero d’intralcio, all’entrata del bar.
Le indicai un tavolo vuoto e appartato, Alice mi seguì, più che felice.
Ci sedemmo l’uno di fronte all’altra, e potei capire cosa aveva di diverso.
I suoi occhi non erano neri, come i miei, né rossi. Erano un color oro fuso.
Sorrisi. Era una vampira che non si cibava di sangue umano.
Avevo sentito parlare molto di quella specie, ma Alice era il primo esemplare che mi capitava di vedere.
-Perché sorridi?- mi disse lei, ingenua.
-Non lo so- ammisi, sconcertato –Come conosci il mio nome?
-E’ una lunga storia- mi ammiccò, divertita.
-Abbiamo abbastanza tempo, non credi?- la esortai, tamburellando divertito le dita sul tavolo.
-Direi di si- sorrise –Abbiamo tutta l’eternità, credo che possa bastare..
E fu così, davvero.
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