| Salve a tutti! Beh, innanzitutto, questa storia è nata per gioco, nel vero senso letterale del termine, ovvero era nata per un contest di Crime-Shot del forum di Rin, che però, purtroppo poi non è andato a buon fine, e così, eccomi qui dopo averla cercata tra gli innumerevoli documenti che bazzicano nel mio piccì e dopo averla anche un po' risistemata.  Per cui godetevi California's Sunset, la prima di un ciclo denominato appunto Crime-shot postate in esclusiva, per ora, nel mio antro. tutte avranno sempre lo stesso protagonista, spero vi affascini come ha affascinato me.  vi auguro una buona, buonissima lettura e commentate o, voi che siete così taaaanto numerosi, o almeno che commenti anche uno solo di voi che bazzicate nel mio antro  »{California's Sunset‡ "Un delitto non dovrebbe andare impunito perché altrimenti tutte le fondamenta morali crollerebbero e soltanto il caos regnerebbe". {Erich Maria Remarque}
Imbracciare un fucile, caricarlo, sparare; scegliere la lama giusta per un determinato tipo d'animale, affondargliela nella carne e tirare via; sentire la puzza di morte e di putrido; l'odore, il rumore del sangue, vederne il colore. Ogni cosa tra queste dovrebbe spaventare un uomo, ma non per tutti è così. Da sempre, quando impugnava una pistola, premeva il grilletto e il colpo esplodeva, fumante, non poteva non riscoprirsi con le labbra curvate in un sorriso furbetto, beato. Ogni colpo che partiva, o che vibrava nell'aria sembrava fosse un arpeggio di una sinfonia, sempre nuova, brillante, originale, unica. Il suo orecchio buono, anche con quelle cuffie scomode, troppo strette, riusciva a sentire ogni giro dei tamburi dei revolver e ogni molla dei caricatori delle semiautomatiche scattare in tutto lo stabile del poligono di tiro. Caricò nuovamente la sua Smith & Wesson 60, stava per attaccare di nuovo col suo strumento, quasi meglio di un flauto. Stavolta, però, la magia di quel tamburellare cupo svanì violentemente in uno squillo. Col pugno chiuso spinse il pulsante alla sua sinistra e ripose la pistola nella fondina appesa alla cintura. Mentre il bersaglio si avvicinava, si sfilò gli occhiali protettivi trasparenti di una strana plastica arancione acceso, infrangibile e li poggiò sul ripiano di cemento davanti a sé; lasciò correre le mani alla testa e fece scivolare sulle sue spalle le grandi cuffie pesanti nere con dei riporti arancioni sui grandi padiglioni. Lì attorno altri come lui continuavano ad esplodere colpi contro i bersagli neri e bianchi di cartone, la sinfonia continuava, ma lui non era più un orchestrante. Passò una mano tra i capelli, velocemente e afferrò il cercapersone. Si limitò a socchiudere gli occhi e sbuffare. Non fece altro che recuperare la sua roba e contò che ci fosse tutto e si avviò verso il parcheggio. Il poligono di tiro di Stanton, California, era il peggiore di tutta la Costa Occidentale, ma si abituò nel giro di una settimana. Salì sulla sua auto, una Corvette ZR1 nera, certo, una macchina che dava nell'occhio, ma, per lo meno, nessuno avrebbe mai pensato, guardandolo, che potesse permettersela. Sistemò la valigetta sul sedile al suo fianco, assieme al cappotto. Si sistemò gli occhiali da sole e si accarezzò la barba, guardandosi nello specchietto. Girò la chiave nel quadro e avviò il motore. Vagò per le strade finché non riuscì ad orientarsi, da ogni parte gli sembrava di vedere le stesse case, le stesse villette bianche. Era sempre la stessa storia, ogni volta che si trasferiva in una nuova città, per un motivo o per un altro, doveva provare a non ambientarsi. Prendeva una stanza in un motel vicino alla statale, magari anche nei paraggi del poligono e si cercava una buona tavola calda dove mangiare. Finalmente, dopo il secondo giro per Chapman Avenue trovò la sua meta. Parcheggiò vicino alle auto della polizia di fronte al numero 11506 e aspettò qualche minuto, gustandosi quella calma. I rumori del traffico, degli altoparlanti, non lo tangevano affatto, ma appena sentì il cercapersone squillare di nuovo decretò che era giunto il momento di entrare in scena. Scese dalla Chevrolet, si accese un puros e guardò tutta quella gente muoversi velocemente intorno alla casa: i curiosi, la stampa, la polizia, la squadra della scientifica. Si accarezzò il mento e sbadigliò. Il cercapersone squillò di nuovo e decise di avviarsi al suo palcoscenico. Recuperò la valigetta, da cui tirò fuori il tesserino che lo mostrò al primo poliziotto nei paraggi. Così poté avere accesso alla scena del crimine. Ovviamente qualunque essere umano, a vedere un tale spettacolo, avrebbe avuto qualche piccolo problema, soprattutto con lo stomaco, ma non sembrò curarsi del sangue che oramai s'era completamente rappreso in terra, sulle mattonelle bianche, o delle mosche che pullulavano nella piccola cucina, né all'odore acido di carcassa. Non si accorsero di lui i periti della scientifica, neppure i detective che perquisivano la casa, così poté osservare quanto aveva davanti. Un uomo di almeno una tonnellata e mezzo stava in terra, lì, coperto di sangue, con la canottiera bianca strappata da un coltello, assieme alla carne dal collo all'alta fascia addominale. Ma non bastava questo, aveva un foro di proiettile tra le sopracciglia. «Chi può aver fatto questo?» borbottava qualcuno nella satnza adiacente. Decise di indagare di più. Girò attorno al cadavere, badando bene a non calpestarne il sangue. Arrivò in soggiorno e vide quanto poteva essere grande la follia umana. Una donna, sulla trentina, era appesa al lampadario, per il collo, nuda, con uno squarcio che partiva dalla fascia inguinale e raggiungeva lo sterno, le budella in bella vista, aveva anche un foro sulla fronte. I poliziotti, raggrumati lì intorno guardavano lo spettacolo dal basso, per i rilievi, per le varie fotografie. «Sicuramente deve essere stato molto arrabbiato...» commentava la giovane anatomo patologa mentre rilevava tracce sul corpo di un'altra donna, poco più in là. Anche lei sventrata, con le interiora di fuori e un colpo alla testa. Ascoltò tutto quello che dicevano i poliziotti, i periti della scientifica attorno a lui, il medico legale e i pochi testimoni nelle vicinanze. Si brancolava nel buio. Tornò alla sua auto e si diresse verso la centrale. Parcheggiò sotto l'entrata e aspettò lì, in silenzio, forse avrebbe fatto bene a fare un giro al reparto balistica, per recuperare gli ultimi frammenti della sinfonia. Inalò a fondo e fece per scendere dalla sua Chevrolet, proprio quando richiuse l'auto alle sue spalle si accorse solo allora, solo in quel momento che, accanto allo sportello c'era una donna in divisa. La guardò accigliato, ma non disse nulla. «Lei è il nuovo sceriffo?» domandò guardandolo con i grandi occhi castani. Chinò la testa di lato. «Io? Sì». «Bene, mi permette di posteggiarle l'auto?» continuò a chiedere. Restò immobile, rigido per alcuni secondi e poi scosse la testa. «No. Faccio io.» risalì in macchina e andò a sistemare la sua auto in un parcheggio riservato. Si fece accompagnare nell'ufficio dello sceriffo e si accomodò sulla grande poltrona di pelle dietro la scrivania di cristallo. La donna continuava a fissarlo e lui si limitò ad ignorarla. Il tenente che era sulla scena del crimine non tardò a farsi vedere nel suo ufficio, per riferirgli delle indagini preliminari e di quanto aveva scoperto il medico legale dai primi esami. Qualcuno, non si sa bene quanto fosse pericoloso o folle, aveva sventrato tre presone e aveva composto la scena in modo teatrale, soprattutto per una delle due donne. L'uomo era stato ucciso per ultimo a giudicare dalla temperatura del fegato, mentre le due donne prima, qualche ora forse, ma necessitavano ulteriori esami per esserne sicuri. Aggiunse anche che forse bisognava chiamare l'Unità di analisi comportamentale dell'FBI di Quantico. Si limitò ad ascoltare e fare sì sì con la testa per tutto il tempo, ma dovette dissentire sull'ultimo punto: si trattava di un delitto passionale? No, affatto. Soddisfatto di quanto aveva sentito, congedò il tenente e decise che gli bastava quello, quanto aveva sentito, aveva finito il suo lavoro, questa volta. Alle sei e trenta, quando il suo turno da sceriffo si concluse, se ne tornò alla sua auto. Caricò la valigetta, assieme alle altre, dietro nel portabagagli assieme alle altre armi, ai guanti sporchi di sangue e al camice bianco pezzato di rosso scuro. Salì nella sua auto e ingranò le marce. Guardò il cercapersone: Prossima Tappa, Chicago Illinois.
Poche ore dopo lo Sceriffo Richard Bannett arrivò al suo nuovo impiego, alla centrale di Stanton. Non trovarono mai il colpevole del pluriomicidio di Champman Avenue, troppo pulita la scena del crimine e nessun movente a carico di nessun possibile sospettato.Edited by -G7- - 14/4/2009, 21:26Tags: Fanfiction set made by roxina *O*
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sì, sono leggermente assente ultimamente, vi lascio in buone mani comunque...
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